Annunziata Scipione

Annunziata Scipione lacera il patto non scritto che attribuisce un ruolo ben preciso alla donna all’interno della società contadina: l’artista può nascere e crescere anche in questi contesti chiusi. In tal modo l’Arte di Annunziata è condizionata solo dal vissuto quotidiano del gruppo di appartenenza, senza contaminazioni. È, anzi, lei stessa a “contaminare” culturalmente scene di vita altrimenti destinate a restare stereotipo.

Il prorompente gesto di Annunziata irrompe sulla scena femminista degli anni ’70 in un minuscolo paesino del Sud Italia in modo altrettanto rivoluzionario quanto le manifestazioni di piazza, in un contesto sociale patriarcale ancor più esasperato al Sud. Per questo sceglie il linguaggio naïf, figurativo nell’impostazione ma astratto nel linguaggio sotteso, nella struttura dell’opera ma soprattutto nella mano (femminile) dell’artista che la propone. In tale contesto storico-sociale-artistico Annunziata e la sua Arte assumono una posizione di potere enorme, comprensibile solo successivamente, molti anni dopo: un messaggio di libertà pensato per tutte le donne, attuale più che mai.

Le scenografie, realizzate esclusivamente a memoria, colpiscono perché nella scena-contenitore si materializza la narrazione di un modello di vita fortemente ancorato a valori qui quasi palpabili, evidenziati dalla ritualità, dalla sacralità dei gesti nelle attività che fungono da legante al gruppo sociale; valori fissati nel tempo attraverso l’Arte di Annunziata Scipione.

È la donna che si fa custode e garante di queste intimità e Annunziata utilizza gli elementi naturali, soprattutto gli alberi, per schermare un modello di vita che, lentamente, stava scomparendo. L’Arte di Annunziata storicizza questo modello, alternativo al modello dominante e il successo delle sue opere funge da fissante alla memoria collettiva, così come è stato per tutti i genii protagonisti della Storia dell’Arte.

Certamente per Annunziata l’Arte è stata strumento di emancipazione e il portato delle sue opere ha contribuito ad attribuire un significato diverso alla cultura meridionale, elevando l’artista abruzzese a personaggio fondamentale dell’Arte italiana del XX e XXI secolo.

Leggi la biografia

“Ero la più piccola, e quindi mi spettava portare a pascolare le pecore. Disegnavo, scarabocchiando con il carbone, signorine, gatti, cani…

Io ci sono nata con questa passione. Quando crebbi e mi sposai, disegnavo di nascosto da mio marito, mentre lui era al lavoro: non volevo fargli vedere nulla, perché si diceva che le donne dovevano cucinare, fare la calza, ma a me piaceva giocare con i colori…

Qualcuno mi disse che la mia pittura era “naïf” ma io non me ne intendevo…”

 

(Annunziata Scipione)

 

Annunziata Scipione nasce nel 1928 a Camerale di Tossicia (Te), ai piedi del Gran Sasso.

Contadina, ultima di sette figli, si deve dedicare sin da piccola al pascolo delle pecore come forma di aiuto alla famiglia. Frequenta la scuola primaria fino alla terza elementare, mostrando un grande talento nel disegno.

In età adulta il marito, Ettore Di Pasquale, la sprona a lavorare alle sue tele, alle quali si dedica nei momenti liberi dalla conduzione della casa e dai lavori in campagna. Autodidatta, comincia, nel 1968, a scolpire legno locale (prima opera “la pastorella”, scultura rudimentale piena di poesia). Dal 1972 passa alla pittura, dipingendo, con colori a olio, tele raffiguranti scene di vita contadina.

Scoperta da Cesare Zavattini, suo grande estimatore, che trovava in lei “una fondamentale dialettalità che ha il valore di una lingua creata” e che in qualche modo la apparenta ad Antonio Ligabue.

L’artista si è affermata in campo nazionale e internazionale dalla seconda metà degli anni Settanta ed è ritenuta una delle più grandi pittrici naïf italiane.

Nel 2010 Annunziata Scipione smette di dipingere per problemi di salute ma continua a disegnare, realizzando ancora lavori di notevole impatto formale e cromatico.

Il lavoro artistico di Annunziata costituisce anche una sorta di diario enciclopedico delle usanze, delle attività, delle tradizioni laiche e religiose della società arcaico-rurale della sua terra d’Abruzzo; è riuscita ad esprimere l’identità culturale della sua gente, mettendone in evidenza i valori comunitari, estetici e spirituali ed esprimendo nello stesso tempo la propria identità artistica, visionaria ed immaginifica.

Diverse sue opere sono esposte nel Museo Nazionale Arti Naïves di Luzzara, accanto ai capolavori di Antonio Ligabue, del quale è considerata erede artistica e spirituale. Ha partecipato a sette edizioni del Premio Nazionale dei Naïfs di Luzzara, venendo premiata in quella del 1977-1978. Due suoi quadri sono stati prescelti per celebrare l’Anno Santo 1983-1984. Numerose le partecipazioni a mostre e premi; le sue opere sono state presentate in importanti capitali dell’Arte mondiale, come Londra e Parigi e figurano in collezioni pubbliche e private e in vari musei di arte moderna e contemporanea in tutta Europa. Il Comune di Tossicia le ha dedicato una sala del Museo Etnografico che ospita una importante collezione della pittrice affiancate a opere di Antonio Ligabue.

Muore a Teramo il 24 aprile 2018.